I guerrieri venuti dall’Est, recensione ed intervista a Bernadette McDonald

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La forza di volontà, che in circostanze normali può aiutare a sopravvivere, se diventa troppo intensa rischia di prevalere su tutti i segnali di pericolo, e perfino sull’istinto di sopravvivenza. Questo può portarti a limiti estremi, e anche oltre. Ecco il motivo per cui molti alpinisti partono per la vetta e non fanno più ritorno (Nejk Zaplotnik)

I guerrieri venuti dall’est è una storia dell’alpinismo sloveno, dagli anni 60 fino ad oggi. Quando uno pensa alla Slovenia, gli vengono in mente la bella capitale Lubiana, i casinò, il lago di Bled, i paesi pittoreschi sul mare… in realtà la Slovenia è soprattutto fatta di montagne, e la montagna ha per il popolo sloveno un’importanza forse superiore a tutti gli altri paesi europei.

Personalmente sono stato due volte in Slovenia: la prima in auto, passando appunto da Bled, Lubiana, dalla costa istriana; la seconda a piedi in montagna, poco tempo fa. Partiti dall’ultima valle italiana, quella dei laghi di Fusine, siamo rimasti sorpresi nell’incontrare tanta gente lungo la “via ferrata” dello Jalovec (2645): montagna bellissima, non facile e lontana dal fondovalle, fra le più selvagge delle intere Alpi Giulie.

D’altronde un popolo che ha la sua montagna più alta – il Triglav, 2864 metri – sulla moneta da 50 centesimi di Euro, sullo stemma e sulla bandiera nazionale, è naturale frequenti in massa le proprie montagne. Nella scatola dei libri di vetta si trova un timbro, con tanto d’inchiostro, segno che ci sono veri e propri collezionisti di cime. La tradizione del resto vuole che ogni sloveno, una volta nella vita, debba salire sul Triglav: e non si tratta certo di una passeggiata!

Veduta del monte Triglav

Non c’è dunque da stupirsi se da un paese con questo DNA siano uscite almeno due generazioni di alpinisti al top mondiale, spesso sconosciuti negli altri paesi europei al di fuori del ristretto cerchio di “adetti ai lavori”, ma accolti come veri e propri eroi in patria.

In Italia, paese in proporzione non meno montuoso della Slovenia ma decisamente più proiettato verso il mare, una persona presa a caso avrà giusto sentito nominare Messner e Bonatti, senza sapere quasi nulla sul loro conto; se invece consideriamo alpinisti un po’ informati o semplici appassionati, ovviamente conosceranno più personalità, anche straniere; ma sarà difficile tirargli fuori dalla bocca il nome di uno sloveno.

Bisogna ammettere che questi nomi sono spesso dannatamente lunghi o contorti: Nejc Zaplotnic, Andrej Stremfelj, Slavko Sveticic, Janez Jeglic. Quelli più famosi – probabilmente Tomaz Humar e Tomo Cesen – sono per uno strano caso i più facili! Nella sua cavalcata di mezzo secolo di storia alpinistica, Bernardette Mc Donald riesce a restituire abilmente la storia e la personalità di questi uomini, facendoceli conoscere uno per uno, sia da soli sia insieme in cordata: non solo le imprese sugli Ottomila e sulle pareti più repulsive del mondo, ma anche il loro retroterra politico/culturale, la famiglia, il lavoro.

Bernardette Mc Donald

Il libro si apre con la prima dimostrazione di forza degli sloveni, sulla loro parete “di casa”: la nord del Triglav, un colosso di calcare alto 1500 metri che incombe sulla val di Vrata. Con la scalata invernale del Pilastro Cop (VI grado) nel gennaio 1968, portata a compimento nonostante le condizioni meteo avverse, il trio Ales Kunaver, Stane Belak detto Srauf e Tone Sazonov acquistarono di diritto un biglietto per l’Himalaya. Il primo, e soprattutto il secondo, sarebbero diventati pilastri dell’alpinismo sloveno.

Ed è proprio sulle montagne più alte del mondo che viene ambientato quasi tutto il resto del libro. Una storia che possiamo dividere in due grandi capitoli, in parte anche cronologici: il primo, quello delle grandi spedizioni organizzate dal Cai nazionale – un’istituzione fortissima – con il sostegno morale ed economico del governo centrale jugoslavo, ha avuto il suo fulcro negli anni 70 e 80; il secondo è quello delle salite in stile alpino e delle incredibili (e spesso non credute vere) solitarie, è iniziato appena più tardi e sembra la tendenza tuttora dominante.

Il punto di rottura fra le due epoche è stato il dissolvimento della Jugoslavia di Tito: uno stato solo all’apparenza coeso e potente, minato al suo interno da fratture e differenze insanabili. Finché restò in vita il carismatico dittatore, tutto sembrava funzionare; dopo la sua morte, nel 1980, la Jugoslavia sarebbe scivolata in una lenta agonia, fino a che le tensioni interne sfociarono nelle sanguinose guerre civili degli anni Novanta.

Nejk Zaplotnik in vetta all’Everest nel 1979

All’epoca del socialismo, le spedizioni ricalcavano il modello lanciato dagli europei: grandi dispiegamenti di sherpa, settimane passate su e giù per i campi a sistemare le corde fisse, lunghe attese di finestre di bel tempo. Dopo che tutti gli 8000 erano stati “conquistati”, negli anni 60 la giovane Jugoslavia si affacciava a sua volta sulla scena himalayana, e la Slovenia era il serbatoio naturale di alpinisti da mandare alla ribalta su quei giganti di roccia e ghiaccio.

Dopo un paio di salite, per così dire, “di acclimatamento” (Kangbachen, 1965, Annapurna II, 1969), ci fu l’ingresso in grande stile nella storia: la parete sud del Makalu, una delle più grandi della terra, fu attaccata una prima volta nel 1972, ma il tentativo si concluse con una ritirata; nel 1975 gli sloveni tornarono e fu un autentico trionfo, così come la salita all’Everest per la difficile e inviolata cresta ovest, nel 1979. Il successo delle due spedizioni fu quasi totale, frutto di un grande lavoro di squadra: nessuna vittima sul Makalu, una sola (ma non jugoslava) sull’Everest; 7 alpinisti arrivati in vetta al Makalu, quattro sull’Everest. I già citati Kunaver e Strauf, Marjan Manfreda, Andrej e Marko Stremfelj, Nejc Zaplotnic furono tra i protagonisti di queste salite.

I ramponi raschiavano la roccia rendendo la salita di Marjan estremamente instabile: fu costretto a tirare fuori tutta l’abilità e l’esperienza guadagnata sul Makalu per poter continuare. Inizialmente le sue dita bruciavano come un fuoco come se fossero state bollite. Ma non rimasero calde troppo a lungo (Sul camino di V+ della cresta ovest dell’Everest)

Gli jugoslavi negli anni successivi alzarono ulteriormente la posta in gioco, mettendo nel mirino pareti sempre più grandi e pericolose, che però si concessero soltanto parzialmente: la sud del Lhotse e la sud Dhaulagiri, entrambe salite nel 1981 ma senza raggiungere la vetta – complici anche condizioni meteorologiche quasi proibitive. Nel 1991 ci fu forse l’ultima grandiosa impresa “collettiva” promossa dal Cai sloveno in Himalaya, con l’attacco da più parti del Kangchenjunga: Marko Prezelji e Andrej Stremfelj raggiunsero la cima sud per una difficile via nuova in stile alpino (salita per cui vinsero il premio Piolet d’or), altri tre alpinisti salirono per la normale.

A quella data però gli alpinisti sloveni avevano già iniziato ad affacciarsi all’Himalaya e alle grandi pareti della Patagonia con un altro spirito, più insofferente alla dimensione delle spedizioni e ai condizionamenti del Cai: atteggiamento che a livello politico si rifletteva in una diffidenza sempre maggiore verso l’apparato burocratico sempre più ingombrante della Jugoslavia. Gli ideali nazionali che avevano alimentato in parte le grandi conquiste himalayane, ora andavano ad alimentare un odio pronto a scoppiare da un momento all’altro. E i giovani alpinisti rifiutavano tutto questo.

Le aspirazioni e le capacità dei singoli individui stavano insomma diventando preponderanti. Francek Knez è stato un po’ il ponte tra queste due generazioni di alpinisti: fu lui a venire a capo della parete sud del Lhotse nel 1981, ma fin da subito si mostrò più propenso alle salite in piccoli gruppi: specialmente insieme a Silvo Karo e Janez Jeglic (soprannominati i tre moschettieri) aprì alcune fra le vie attualmente più difficili al mondo sul Cerro Torre, Fitz Roy e Trango Towers.

I “tre moschettieri” in Patagonia: da sinistra Silvo Karo, Francek Knez, Janez Jeglic

Ma c’era anche chi ai piccoli gruppi preferiva direttamente scalare da solo. Non tanto per una questione di individualismo, quanto di relativa sicurezza: l’insidia forse maggiore delle pareti himalayane è la caduta di valanghe e frane di terra e seracchi; dunque le salite in solitaria ed in velocità consentivano una minore esposizione a questo rischio, a patto di una totale fiducia nei propri mezzi.

Fiducia che certo non doveva mancare a grandi solitari come Tomo Cesen, Slavko Sveticic e Tomaz Humar. Solo il primo dei tre può tuttora raccontare le sue imprese: solitarie pazzesche sul K2, sulla nord dello Jannu e soprattutto la sud del Lhotse: le ultime due salite – che sarebbero, se vere, tra le più grandi ascensioni di sempre – da molti sono messe in dubbio per l’assenza di foto e racconti dettagliati.

Non fu questo il caso delle salite di Tomaz Humar, personaggio controverso, tra i primi alpinisti a intuire l’efficacia di internet e di una comunicazione live dalle pareti. Dopo impressionanti salite – non sempre in solitaria – puntò all’altro grande “problema” adottato dagli sloveni e rimasto irrisolto, la sud del Dhaulagiri. Nemmeno lui riuscì a raggiungere la vetta, e dovette traversare a destra prima della parte più ripida di parete, complici anche le condizioni pessime del ghiaccio; la sua rimane comunque un’impresa notevole.

Thomaz Humar

La parabola si conclude proprio con la vicenda di Humar – morto nel 2009 in Himalaya sul Langtang Dirung, poco dopo che la stessa Mc Donald aveva dato alle stampe la sua prima biografia (Tomaz Humar, Prigioniero del ghiaccio, 2008). E’ tuttavia, ovviamente, una storia ancora aperta: molti degli assi sloveni degli anni 70 e 80 sono ancora vivi e attivissimi, e quelli della generazione successiva continuano tuttora a lanciarsi in grandi sfide.

I giovani hanno sicuramente un ricco bagaglio di esperienze da cui attingere, e motivazioni più profonde della semplice performance sportiva o dell’esplorazione: un’esigenza di andare in montagna per vivere appieno la propria esistenza che Nejc Zaplotic è riuscito ad esprimere meglio di chiunque altro nel suo libro Pot (traduzione “sentiero”). Quest’autentica bibbia degli alpinisti sloveni è il filo conduttore dei Guerrieri venuti dall’est, e le sue citazioni accompagnano il lettore capitolo per capitolo.

Se sai come camminare in un bosco ripido, su foglie marce e scivolose, poi sei in grado di muoverti ovunque (Franceck Knez)

7 DOMANDE ALL'AUTRICE, BERNADETTE MC DONALDS

1. You’ve met several Slovenian climbers while writing your book; yuo also climbed with Silvo Karo. But is there a character of Alpine Warriors that you was not able to get in contact with?

In the end, I was able to get in contact with all of the climbers that I wanted to speak with. The most difficult to reach and speak with was Francek Knez but thanks to Silvo Karo, who was a good friend of Francek, we met and spent a day together.

Hai incontrato diversi scalatori sloveni durante la stesura del tuo libro; con Silvo Karo hai pure arrampicato. Ma c’è un personaggio del libro che non sei riuscita a contattare?

Alla fine sono riuscita ad entrare in contatto con tutti gli scalatori con i quali volevo parlare. Il più difficile da trovare è stato Francek Knez, ma grazie proprio a Silvo Karo, che è un suo caro amico, ci siamo incontrati e abbiamo passato una giornata insieme.

2. And what about alpinists already dead? Would you have wanted to talk to someone of them in particular?

Of course that was a problem alright. The climber I most wanted to speak with but who had already passed away was Nejc Zaplotnik. He was the heart and soul of Slovenian climbing and was such an artist with words. I met his son and several very close friends, but I would have given anything to sit down with Nejc. Another was Ales Kunaver. He was so revered and respected by the Slovenian climbing community that it would have been wonderful to meet him and talk with him. I was lucky to speak at length with his widow. And of course, Srauf! Such a character, such strength and charisma. Again, I was too late to speak with him but spent quite a lot of time with his widow. At one point, my interviews began to feel like a series of widow’s interviews. But that’s part of the story of Slovenian climbing.

E che dire degli alpinisti che non ci sono più? Avresti voluto parlare con uno di loro in particolare?

Naturalmente questo era un bel problema. L’alpinista deceduto col quale avrei parlato più volentieri era Nejc Zaplotnik. Lui era il cuore e l’anima dell’alpinismo sloveno, ed era davvero un artista della parola. Ho incontrato suo figlio e diversi suoi amici più stretti, ma avrei dato qualsiasi cosa per sedermi insieme a lui. Un altro era Ales Kunaver. Era così riverito e rispettato dalla comunità alpinistica slovena che sarebbe stato meraviglioso incontrarlo e parlarci. Sono stata fortunata a poter conversare a lungo con la sua vedova. E naturalmente, Strauf! Che carattere, che forza, che carisma. Anche in questo caso sono arrivata troppo tardi, ma ho trascorso molto tempo insieme alla sua vedova. A un certo punto, le mie interviste stavano diventando come una serie di incontri con vedove! Ma anche questo è parte della storia dell’alpinismo sloveno.

3. Marko Prezelj and Steve House formed an extraordinary couple; can you tell us about any other contacts between slovenian and Usa or Canadian alpinists?

Tomaz Humar had close ties with Mexican climber Carlos Carsolio. And much later, Luka Lindic formed a kind of dream team with Canadian climber Marc-Andre Leclerc. Hayden Kennedy also climbed with Slovenian climbers, including Marko and some of the young guns, like Luka.

Marko Prezelj e Steve House sono stati una cordata formidabile; ci puoi raccontare altri casi di contatti fra alpinisti canadesi o statunitensi e sloveni?

Tomaz Humar ha avuto stretti legami con l’alpinista messicano Carlos Carsolio. E più tardi Luka Lindic ha formato una sorta di dream team con l’alpinista canadese Marc-Andre Lecrec. Hayden Kennedy ha arrampicato insieme a sloveni, fra cui Marko e alcuni giovani promettenti come Luka.

4. You’re author of a recent history of Polish alpinism: are there some important common points between “freedom climbers” and Slovenian “warriors”? And what about differences?

There are many similarities in their situations, dealing with wartime, occupation, post-war problems and political turmoil. As well, the climbers in both nations revealed an incredible aptitude for Himalayan climbing on difficult routes, and a capacity for suffering that most other nations couldn’t even begin to approach. The training regimes in both countries were similar, but not exactly the same. The important thing was that they both had organized training programs sponsored by the government. Both groups of climbers benefited from a lot of financial support from their governments for expeditions abroad, which is quite different from many countries.

But there were differences as well. Poland was dealing with a post-war Communist regime and Slovenia was facing a Socialist government. Another huge difference was that the turmoil in Slovenia’s political and socio-economic world was much more recent than the most turbulent part of Poland’s world. Another difference that I noted was that the Polish mountaineering community seemed much more in “solidarity” during the golden years, while the Slovenian mountaineering community seemed more segmented, even sometimes in conflict or competition with each other. It seemed to function less as a cohesive unit.

Sei l’autrice di una recente storia dell’alpinismo polacco (Freedom Climbers): ci sono punti in comune significativi tra i Guerrieri venuti dall’est sloveni e gli “Alpinisti della libertà” polacchi? E altrettante differenze?

Ci sono molte somiglianze fra le due situazioni, legate al tempo di guerra, all’occupazione, ai problemi del dopo guerra e alle turbolenze politiche. Allo stesso modo, gli alpinisti di entrambe le nazioni hanno dimostrato una sorprendente attitudine per le scalate in Hymalaia lungo le vie più difficili, e una capacità di sopportare sofferenze che avrebbero fatto indietreggiare fin da subito gli alpinisti di molte altre nazionalità. I due regimi jugoslavo e sovietico erano simili ma non proprio uguali. Un fatto importante è che entrambi avevano organizzato programmi di allenamento sponsorizzati dal governo.

Entrambi i gruppi di alpinisti beneficiarono di un ricco supporto finanziario statale per le loro spedizioni, il che non accadeva in molti altri stati. Ma c’erano pure differenze. La Polonia aveva a che fare con un regime comunista del dopo-guerra, mentre la Slovenia si trovava sotto un governo socialista. In secondo luogo, le agitazioni nel mondo politico e socio-economico sloveni sono state molto più recenti rispetto a quelle in Polonia. Un’altra differenza che ho notato è che la comunità alpinistica polacca è sembrata più solidale durante gli anni d’oro, mentre quella slovena fin da subito è apparsa più segmentata, a volte con evidenti conflitti e competizioni fra i suoi membri. Tutto tranne che un’unità coesa.

5. What’s your personal opinion about Tomo Cesen’s climb of south face of Lhotse? Don’t be afraid, he’ll never read this post!

My personal opinion is that it’s doubtful.

Cosa ne pensi della scalata solitaria di Tomo Cesen sulla parete sud del Lhotse? Non preoccuparti, non leggerà mai questo articolo!

Personalmente credo sia una salita dubbia.

6. Is there something in particular that affected you during your trips in Slovenia?

I mentioned it earlier, and it was this feeling that I was on a “widows’ tour” of Slovenia. So many climbers died in the mountains, and their families had to deal with so much sadness. I was also affected by some of the animosity amongst the climbing community. The various styles in Slovenia varied so greatly, and their capacity for tolerance wasn’t that great. So the divisiveness of the climbing community was troubling.

C’è qualcosa che ti ha colpito particolarmente durante i tuoi viaggi in Slovenia?

Ne ho parlato prima: è stata quella sensazione di compiere un “tuor delle vedove” della Slovenia. Così tanti alpinisti sono morti in montagna, e le loro famiglie hanno dovuto fronteggiare tanta tristezza. Mi hanno anche sorpreso gli antagonismi all’interno della comunità alpinistica. I vari stili in Slovenia sono molto diversi fra loro, e la capacità di tolleranza reciproca era piuttosto bassa. Così le divisioni nella comunità alpinistica sono diventate preoccupanti.

7. Projects for your future? Are you finally moving towards the west?

Hah! Big question. After my most recent book, Art of Freedom, I feel like I need a “gap” year. I just want to enjoy some climbing and ski touring and hiking for a few months, and then see what happens. I do have a few ideas on the back burner but I wouldn’t like to give any geographical hints at this point.

Progetti per il futuro? Ti sposterai forse verso ovest?

Bella domanda! Dopo il mio ultimo libro Art of Freedom, sento di aver bisogno di un anno di pausa. Ho soltanto voglia di godermi un po’ di sciate, arrampicate e trekking per qualche mese, e vedere poi cosa succede. Ho qualche idea rimasta nel dimenticatoio, ma non vorrei dare suggerimenti geografici per il momento!

 

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