Il traverso verso il faggio da cui ci si cala uscendo dal ripido

Faggi eremiti e apuanisti incalliti: la nostra salita invernale al Pisanino

Il faggio più in alto delle Apuane, aggrappato chissà come a quasi 2000 metri su uno dei ripidissimi fianchi del Pisanino, si è goduto la sua ora di sole tiepido all’alba. Niente schiaffi di pioggia, neve, vento per oggi: la giornata è tersa e non si muove… un ramo: di foglie è ancora troppo presto parlare. Eppure marzo è cominciato, ciliegi e pruni giù in Garfagnana sono esplosi di fiori bianchi e rosa, qualche prato inizia a rinverdire; mentre dall’altra parte, dove il verde sopravvive tutto l’anno, qualcuno forse è già sceso in spiaggia a godersi anche lui il tepore del sole, nel miraggio di un’estate ancora lontana.

 

Pisanino - Zappelli

Ultimo tiro della via Zappelli

Lontanissima. Una spiccozzata dopo l’altra mi avvicino al piccolo faggio: sotto il sedere, 600 metri di scivolo ghiacciato si interrompono sulla grande faggeta di Pianellaccio. L’alba è passata da un bel pezzo, i campanili laggiù a fondovalle hanno già suonato il mezzogiorno, ma noi non ce ne siamo nemmeno accorti. La salita catalizza la nostra attenzione, i pensieri e gli sguardi sono tutti verso l’alto, ciò che accade laggiù è scivolato in una dimensione diversa. Il tempo si dilata, scandito soltanto dai passi regolari e dall’attesa dei comandi.

Il faggio è ancora lì che aspetta, mentre cerco inutilmente di conficcare una protezione, almeno psicologica, fra la neve rigelata e l’erba asciutta… Anche Davide e Paolo aspettano, assicurati in sosta a un altro faggio-eremita, più robusto del suo fratellino. Davide in particolare è tanto che aspetta. Lo abbiamo conosciuto proprio stamattina, dandogli uno strappo lungo la sterrata non proprio agevole che sale da Gorfigliano al Pianellaccio.

Partito a piedi un po’ prima di noi per affrontare la salita in solitaria, ci ha poi aspettati alla base del primo salto ghiacciato, attrezzando una buona sosta sotto uno strapiombetto. Davide aveva già tentato anni prima la via Zappelli, sempre da solo, ma aveva dovuto svicolare a destra a metà dell’ultimo salto, causa assenza di ghiaccio. Ora le condizioni sono decisamente migliori, ma il primo salto è scoperto e impegnativo: superarlo slegati richiederebbe molto sangue freddo, farlo in auto-assicurazione molto tempo… In entrambi i casi, scelte poco logiche con un’altra cordata in arrivo. Così decidiamo di legarci assieme e unire le energie per la salita!

Davide ci aspetta in sosta alla base del primo tiro

Davide ci aspetta in sosta alla base del primo tiro

Paolo ha la gioia negli occhi a vedere tutto quel ghiaccio con di fianco le rocce… come non lasciargli il piacere e l’onere di andare da primo? Con lui ci conosciamo da qualche mese, abbiamo affrontato qualche via di roccia e qualche cascata trovandoci fin da subito bene in cordata: più volte mi sono trovato nella situazione di dirgli francamente: se te la senti, vai tu. Legarsi con qualcuno più esperto di te è sempre una buona scelta, e non c’è nulla di male a fare un passo indietro se in ballo c’è la buona riuscita della salita; ma quando le salite si progettano insieme, è giusto che ognuno dia il proprio contributo, possibilmente alla pari, senza tirarsi indietro sul più bello. Sul momento però, al freddo e in sosta, non mi faccio tutti questi problemi: Paolo si muove meglio di me sul ghiaccio, è giusto che il tiro lo faccia lui! E lo fa nel migliore dei modi, cercando la linea più dura e diretta sul ghiaccio vivo, a ridosso della roccia. Davide, che sulle Apuane d’inverno ci bazzica da molto più tempo di noi, garantisce che soltanto nel 2009 aveva visto piazzare viti affidabili su questo ghiaccio… in poche parole, le condizioni sono fenomenali. Il resto del canale, su pendenze minori ma sempre sostenute, lo affrontiamo un po’ a tiri un po’ in conserva fino all’impennata finale.

Paolo attacca la colata di ghiaccio del primo tiro

Paolo attacca la colata di ghiaccio del primo tiro

Ed eccomi qui a pochi passi dal faggio: oggi ho deciso di non tirarmi indietro. Il Pisanino era una meta invernale che ambivo da tempo raggiungere, anche per vie più alla mia portata rispetto a questa Zappelli. Ma l’inverno è stato freddo e generoso, ho avuto il privilegio di spiccozzare praticamente ogni fine settimana, anche a un’ora di macchina da casa… il versante nord-est del “Signore delle Apuane” non era più una chimera. E il fatto che gli amici Alberto e Federico, qualche settimana fa, fossero saliti proprio per questa via, ha acceso ancora di più il desiderio di provare. Dall’ultima, sicura sosta, ho così fatto scambiare i nodi a Paolo e Davide, legandomi al capo di Davide… piccoli trucchi per risparmiare tempo, imparati durante le tante salite in tre, quando ognuno vuole scalare da primo a turno! Ora che ho assunto questa responsabilità devo arrivarci in fondo, senza tentennare con in mano improbabili protezioni da terra. Su queste pendenze in cascata avrei già piazzato almeno una vite, forse anche due, ma qui sul paleo apuano le regole sono diverse: bisogna stringere i denti (o le chiappe) e andare! E’ già tanto che ci sia quel faggio proprio a metà del tiro. Su le piccozze, su i piedi: la neve è ancora buona e sembra stare incollata al pendio… e io sto incollato a lei. Ma quando arrivo al benedetto faggio, lo abbraccio senza fare complimenti! Il tronco è già agghindato da un vecchio cordino, che preferisco integrare con uno dei tanti avvolti al mio imbrago. Chissà, forse sono proprio queste scene che danno all’alberello un motivo in più per vivere in condizioni tanto estreme. Forse è la carica di vita che noi gli trasmettiamo inconsciamente, ogni volta che passiamo di qui e scarichiamo la tensione ancorandoci a lui. Ormai psicologicamente il tiro è superato. La pendenza si addolcisce, non c’è più una cornice degna di essere chiamata tale e facilmente sbuco sulla cresta, praticamente in cima: il sole di nuovo alto sopra la testa, il mare scintillante dietro la corona di cime, ancora bianche, tutte più basse. Finalmente sono sul Pisanino in inverno, un sogno che coltivavo da almeno un paio di anni! Ficco nella neve due piccozze e un fittone, collego tutto a uno spuncione e stando sul lato opposto della cresta rispetto al canale, recupero i compagni, ansioso di condividere con loro tutta questa bellezza.

Facce di vetta!

Facce di vetta!

Mangiamo qualcosa, ci godiamo il panorama sconfinato, accarezziamo altri progetti… Ma sappiamo che siamo a metà dell’ascensione. La discesa sarà lunga e faticosa, agevolata da un altro faggio-eremita, aggrappato pure lui, chissà come, a questa meravigliosa, severissima montagna.

Luca

Discesa dalla via Nerli - Sarperi: in primo piano la parte finale della cresta della Mirandola, sullo sfondo Panie, Tambura e Cavallo

Discesa dalla via Nerli – Sarperi: in primo piano la parte finale della cresta della Mirandola, sullo sfondo Panie, Tambura e Cavallo

Il traverso verso il faggio da cui ci si cala uscendo dal ripido

Il traverso verso il faggio da cui ci si cala uscendo dal ripido

 

PISANINO (PARETE NE) - VIA ZAPPELLI RELAZIONE

 

 

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