Io, la Sbarua, una Motti-Grassi e il sesto grado: riflessioni sparse

0
Primo tiro

E’ da tanto che volevo fare qualcosa di Gian Carlo Grassi, personaggio che mi ha sempre affascinato. Ma un po’ per il timore delle vie dei grandi alpinisti, un po’ per mancanza di spunti e fantasia non c’è mai stata occasione. E così quasi per caso, mentre sono con Pietro al Rifugio Melano a Rocca Sbarua, sorseggiando birra, dividendo qualche cracker, gustandoci le immancabili scaglie di parmigiano, il mio occhio alla ricerca spasmodica di qualche via per l’indomani si posa su una ‘Motti-Grassi, 6c (5b obb.) Bellissima e storica…‘. Ai nomi mi iniziano a luccicare gli occhi, al ‘bellissima e storica’ avevo già deciso. Convincere Pietro a buttarsi su una via dura non era un problema, anzi. L’ultimo ostacolo era invece persuadere la mia mente che era giunto il tempo di abbandonare definitamente l’epoca del V+.

Non ho mai avuto la fissa dei gradi, della prestazione, della via dura e nonostante le braccia reclamassero qualcosa di dritto e duro, il cervello ha sempre avuto il sopravvento nella convinzione che primo: se si vogliono fare tutte le vie del mondo, tanto vale iniziare da quelle facili; secondo: la mia filosofia in montagna è sempre stata e probabilmente sempre sarà, solo vie a vista, mai appendersi, solo chiodi e friend il resto è noia, che, sommati allo stare lontanissimi dal ‘sono al limite’, impongono tanto ravanare ed esperienza se si vuole tornare a casa interi ma soprattutto divertirsi facendo (e non solo al bar al ritorno…); terzo e più importante: spesso ho paura. Per questo il sesto grado è rimasto a lungo un tabù, il mio personale limite di ragazzo di pianura che vuole scalare le montagne. In realtà spesso è stato solo un numero, spesso ci abbiamo arrampicato, spesso a suo cavallo ci abbiamo aperto vie sul macigno dell’Appennino e spesso ci siamo buttati sul suo fratello maggiore ma il bellissimo sesto grado rimane ancora oggi qualcosa che fa pensare, tentennare e talvolta è meglio schivare.

Tornando alla nostra Motti-Grassi per fortuna nella descrizione della via c’era una bella parentesi con un 5b obbligatorio che, sommata alla birra che continuava ad affluire al mio stomaco con poca materia solida, tranquillizzò la parte razionale dei miei pensieri, e così mi abbandonai sereno alle grinfie di Morfeo tra la piuma del sacco a pelo sognando tetti e fessure.

Il giorno dopo ormai è storia e un racconto piuttosto noioso. Per farla breve, anzi brevissima il piano era: scaldarsi sull’Armandone, raggiungere comodamente in discesa l’attacco della Motti-Grassi, salirla in scioltezza e allegria e poi tornare al rifugio riprendendo il discorso del liquido dai toni giallastri interrotto la sera prima.

Nella pratica il piano è stato rispettato quasi alla lettera ma… sull’Armandone ci siamo proprio scaldati, 6 tiri dove per cercare un passo più facile del 6a (6 tiri di 6a, il sei mi perseguita…) serve la lente d’ingrandimento… dalla cima, dopo il minuto per riprenderci e riflettere come il sesto grado sia ormai spesso indispensabile per continuare a divertirsi tra i monti, scandagliamo la parete del nostro obbiettivo di giornata, cercando di leggere dove cinquant’anni prima i due Gian abbiano superato quel verticale muro grigiastro nella speranza che abbiano seguito un estetico diedro poco sotto la cima, che poi si rivelerà il tratto più brutto e unici metri di quarto di tutta la via… ed è anche superfluo ricordare come ho lasciato con grande cavalleria il tiro duro a Pietro, o come in cambio, per mia grande fortuna, ho ottenuto tutti i tiri chiodati chilometricamente tra simpatici fori di spit rimossi che parevano ridere al mio passaggio ma cambiavano espressione quando con altrettanta gioia imbracciavo i miei friend colorati, o l’apparente facilità con cui si sono susseguiti i tiri (non la pensavo allo stesso modo a un metro dalla seconda sosta con il cuore in gola e le braccia cotte sotto l’ultimo tettino quando pronunciavo le fatidiche parole, blocca un attimo) o la delusione quando credevo di aver abbandonato la via originale in favore di una bella sosta a spit o il piacere della birretta in cima nonostante i suoi circa 26 gradi certificati. Ma detto questo mi preme ricordare come dopo 11 tiri praticamente mai sotto il sesto grado il sole era ancora altissimo nel cielo e dopo una sosta ai box al rifugio per riequilibrare i liquidi avevamo ancora voglia di arrampicare e così ci siamo lanciati in qualcosa che sulla carta doveva essere poco più di due tiri di defaticamento: lo Spigolo Bianciotto.

Morale: il mondo è totalmente relativo e il buon Bianciotto esattamente 68 anni fa non ebbe timore del sesto grado con scarponi ai piedi e un solo chiodo.

Federico

LA RELAZIONE DELLA MOTTI-GRASSI

(Visited 39 times, 1 visits today)

Nessun Commento

Salita Consigliata