Monte Bianco: riflessione sulle limitazioni alla via normale francese

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Cresta dei Bosses

La decisione di limitare gli accessi al Monte Bianco dalla normale francese ha scatenato – come era prevedibile – un putiferio di polemiche. In realtà l’esito finale era prevedibile: già quest’estate era stata emanata e più volte prorogata un’ordinanza del Comune di Saint Gervais, che di fatto consentiva la salita soltanto a chi avesse prenotato al rifugio Goutier, con la gendarmeria che controllava gli accessi presso il rifugio Tete Rousse; un’altra ordinanza dell’estate 2017 prevedeva controlli dell’equipaggiamento degli alpinisti diretti in vetta: chi non aveva con sé abiti caldi e materiale da ghiacciaio, era invitato a tornare indietro: aveva fatto il giro del web la foto dello skyrunner Kilian Jornet nudo in vetta, salito dalla via italiana, che ironizzava sul nuovo “decreto”. Dal 2019 la prima delle due ordinanze diventerà definitiva, e l’accesso al Bianco dalla normale francese – la via più facile e frequentata – sarà consentito a un totale di 214 persone al giorno, cioè numero massimo di posti letto del rifugio Goutier.

Kilian Jornet nudo sul monte Bianco per protesta contro i divieti

Kilian Jornet nudo sul monte Bianco per protesta contro i divieti (foto archivio Kilian Jornet)

C’è chi ha condannato la scelta, come Herve Barmasse, e chi invece si è schierato a favore, come Reinhold Messner. Sui social network prevalgono i pareri contrari: le accuse principali al sindaco di Saint Gervais, Jean Marc Peillex – che ha lottato a lungo per arrivare a questo risultato – sono di limitare la libertà di andare in montagna, di favorire le guide alpine, di ridurre il monte Bianco francese a una “giostra” con tanto di controlli ai tornelli.

In effetti in ambito europeo si tratta di una novità assoluta, che riguarda simbolicamente la montagna più alta delle Alpi e la via su cui nel 1786 si può dire sia nato l’alpinismo moderno… lo shock nel mondo della montagna era scontato. Tuttavia, se invece di abbandonarci alle reazioni emotive e a facili giudizi proviamo a ragionare più a fondo, capiremo che le limitazioni – se non proprio giuste – erano inevitabili.

Negli ultimi due anni gli incidenti mortali sul Bianco – specialmente dal versante francese – sono stati numerosissimi; quest’anno anche durante la stagione scialpinistica. Il problema principale, a mio parere, non è tanto l’impreparazione dei singoli e delle cordate, quanto il numero eccessivamente alto di persone sulla montagna.

“Tra le 300 e le 500 persone al giorno in estate possono tentare l’ascesa”, affermava Francois Marsigny, responsabile del dipartimento alpinismo all’Ensa di Chamonix intervistato da La Repubblica. La normale francese al Bianco non è una via particolarmente difficile, ma ha un passaggio oggettivamente pericoloso, cioè il Couloir Gouter (soprannominato non a caso couloir della morte, posto tra il rifugio Tete Rousse e il Gouter): qui sono frequenti le scariche di sassi, specialmente nelle ore più calde; e se in una giornata passano 200 persone piuttosto che 50, è più probabile che qualcuno ci resti sotto.

Lo scorso anno le Guide francesi avevano anche avanzato la proposta di togliere le attrezzature dal canale, di modo da rendere più selettiva la salita, ma non se ne era fatto nulla; e io credo che le cose non sarebbero cambiate più di tanto, anzi sarebbero andate peggio: anche su vie più difficili ma lo stesso molto frequentate, come la cresta di Hornli al Cervino, si contano numerosi incidenti… gli alpinisti, più o meno preparati, che hanno il pallino di salire sulla montagna più alta delle Alpi, troverebbero comunque il modo di passare, magari ritrovandosi più in difficoltà in discesa. il problema è meramente statistico: più gente sale, più gente muore.

Couloir Gouter

Couloir Gouter (foto Mountcity)

E meramente logistico è il motivo principale dell’ordinanza e della sua successiva estensione: il rifugio Gouter può infatti ospitare un dato numero di persone, e spesso quest’estate si è trovato letteralmente congestionato, con alpinisti che arrivavano – in salita come in discesa – senza avere prenotato, e non potevano essere lasciati fuori a dormire a 3800 m nonostante il rifugio fosse pieno, né costretti a scendere vista l’oggettiva pericolosità del couloir specialmente nel pomeriggio. Ci sono stati anche scontri con le guide e minacce ai rifugisti.

Quindi di fatto, al di là dei controlli (che già ci sono da un paio d’anni) e della burocrazia, il nocciolo della questione è che per salire sul Bianco – dalla normale francese – bisognerà prenotare al rifugio Goutier: come del resto già avviene per la maggior parte delle altre grandi montagne alpine, con la differenza che qui sarà obbligatorio. Ciò che verrà vietato è bivaccare e partire per la vetta dal refuge Tete Rouge. Analizziamo punto per punto.

Sul fatto che un rifugio a 3800 metri vada obbligatoriamente prenotato, direi che non c’è nulla di scandaloso, viste le difficoltà di approvvigionamento, l’isolamento, l’affollamento (comunque 214 posti per un rifugio non sono pochi); sugli altri due divieti – bivacco fuori e partenza da più in basso – si potrebbe già discutere di più, ma una cosa va detta: se un alpinista è in grado di dormire fuori a 3800 metri o di partire dal rifugio Tete Rousse (a 3167 m), allora può affrontare senza problemi anche vie di salita più lunghe, come quella delle Grandes Mulets o la normale italiana dal Gonella, per certi aspetti meno pericolose.

L’ordinanza non è certo una ricetta magica: il numero di incidenti sul Bianco rimarrà comunque alto, visto che molti alpinisti dirotteranno su altre vie (come anzi stanno già facendo); mentre quelli meno preparati potranno comunque salire al Gouter, a patto di prenotare per tempo. Però invece che 300 o 400 persone al giorno, ne passeranno massimo 217 dal Couloir della morte, e questo sicuramente contribuirà a far calare un po’ la percentuale.

Cresta dei Bosses

Cresta dei Bosses (foto Gulliver)

Alla base di tutti i problemi, secondo me, sta il fatto che ogni estate ci sono migliaia di persone che vogliono salire a tutti i costi sul Bianco (così come sul Cervino, o sul Monviso, o sul Gran Paradiso, o la Capanna Margherita), quando nell’arco alpino ci sono montagne dove non va nessuno da mesi o da anni. Magari non saranno altrettanto belle, alte, prestigiose; ma vi si può respirare quell’aria selvaggia che un alpinista dovrebbe cercare, invece che collezionare Seven Summits e 4000 – meglio se per le vie più facili e brevi.

Ora che per la prima volta su una montagna europea sarà necessario il permesso per salire (in altri continenti è da tempo così: vedi Mount Mc Kinley e Himalaya), si protesta perché gli alpinisti non sono più liberi di andare dove vogliono, che il monte Bianco diventerà un luna park a pagamento, che sparirà il senso di avventura e di responsabilità… ma non è forse già così? Svegliarsi in un rifugio ultra-moderno, con altri 213 alpinisti, tutti alla stessa ora, poi in fila per fare la colazione self service, poi in fila dietro alle frontali fino a quando sorge il sole in cresta, poi in fila in vetta per fare la foto, poi in fila a ritorno. C’è davvero da disperarsi tanto se invece che 300 potranno essere al massimo 213?

Noi siamo contro divieti e restrizioni in montagna (vedi qui), ma anche contro un alpinismo omologato, spersonalizzato, di massa.

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