Missione Jalovec: seguendo creste dimenticate fra Italia e Slovenia

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Un viaggio a lungo rimandato

Le Alpi Giulie stavano diventando una piccola ossessione: lontane, scomode, difficili; per almeno due estati avevo atteso l’occasione buona di andare lassù. Volevo infatti dedicare loro almeno tre giorni pieni, il che mi è possibile soltanto in agosto. Ho così colto al volo l’invito del Rifugio Zacchi (scelto dal sottoscritto…) per i “Rifugi da Riscoprire“, appena in tempo per sfruttare i miei ultimi giorni di ferie!

Il progetto è abbastanza ambizioso: voglio una degna conclusione a questo agosto, così ricco di belle arrampicate. Non intendo dormire due notti al rifugio Zacchi, ma salire nel pomeriggio al Bivacco Tarvisio; da qui raggiungere di buon mattino la base dello Jalovec, un’imponente montagna tutta in Slovenia, e salire una via di Comici sul suo spigolo nord est.

Mario ha qualche riserva, ma decide di fidarsi, unico della combricola; tanto altre vie fattibili per noi in zona non ce ne sono (sempre che quella lo sia)! Dopo un lungo viaggio in auto, ci incamminiamo dagli incantevoli laghi Fusine verso il rifugio Zacchi, con zaini pesantissimi sulle spalle. La giornata è magnifica e le Alpi Giulie incombono sulle nostre teste con le loro pareti di calcare chiaro e liscio. Allo Zacchi, mentre ci rivitalizziamo con una radler, cerchiamo di mettere a fuoco il bivacco, un puntino fra roccia e cielo ad un’altezza e una distanza indefinite…

Al rifugio Zacchi, ma dove sarà il bivacco?

Salutiamo i rifugisti, lasciamo giù qualche ettogrammo di peso e ripartiamo dissetati verso la via ferrata. La risalita del ghiaione è molto faticosa, e la ferrata non regala niente; almeno siamo sempre all’ombra e non patiamo più di tanto il caldo. Superata la parte più verticale, sbagliamo strada: il cavo sembra proseguire a destra, ma poi sparisce e rimangono solo i fittoni lungo placche di I e II grado, con qualche raro bollo rosso e ometto su roccia decisamente infida; gli zaini sbilancianti rendono tutto ancora meno piacevole.

Il terrore di dovere ripassare di qui anche in discesa svanisce appena ci ricongiungiamo con il percorso principale: ecco una scritta rossa “NO!” con una freccia indicare proprio la placca da dove siamo passati! Forse valeva la pena dipingerla anche sotto… Manca poco al bivacco, dove per stasera pare saremo gli unici avventori.

-> RELAZIONE: FORCELLA SEGHERZA (2160 m) – VIA FERRATA DELLA VITA <-

Pause in ferrata per riprendere fiato

Notte al bivacco Tarvisio

E’ la prima volta che pernotto in un “bivacco-scatoletta“: la cosa più difficile è abituarsi allo spazio ristretto, con la complessa impalcatura di letti appesi alla meno peggio e il tavolo che occupa praticamente tutto il bivacco. La testa di Mario avrà due o tre di incontri traumatici con le robuste lamiere interne che tengono su i letti e la struttura!

Il menu prevede formaggio tipico carnico, pane, tonno e l’immancabile risotto liofilizzato Knorr, che come al solito ci mette un’eternità ad assorbire tutta l’acqua! Come spesso capita prima di andare a dormire nei bivacchi (e non solo…), si hanno tante aspettative di passare la notte in un bel posto, godersi il tramonto, la stellata, le luci lontane in fondo alla valle… e invece puntualmente ci si chiude dentro a godersi il poco tepore del fornello!

Fuori infatti il caldo del pomeriggio è stato velocemente soppiantato da un vento freddo e pungente, e lontane nuvole a ovest ci hanno nascosto il sole nell’ora del tramonto. Non un buon segno per domani… A proposito, domani che si fa? Sfogliamo il libro di vetta, molto pesante e ricco di annotazioni, quasi ex aequo fra italiani e sloveni. Qualcuno (pochi) ha segnato lo Jalovec, ma nessuno per la via Comici e nemmeno per la via Horn, che già valutavamo come ripiego.

Mario non sembra troppo motivato a buttarsi a capofitto su una via così impegnativa, lontana dal fondovalle e all’estero; e in verità non lo sembro nemmeno io. Poi la ferrata ci ha stancati veramente tanto, e crolliamo quasi subito dopo cena con le idee ancora molto incerte sul da farsi. La mia pensata di salire col sacco lenzuolo di seta subito era sembrata vincente, vista l’abbondanza di coperte… ma mi accorgo troppo tardi che queste sono cariche dell’umidità raccolta in molti inverni. Cambia ben poco dall’averne addosso una, due o tre: manca l’isolamento del sacco a pelo, e siccome io sono un cittadino viziato e mi piace dormire in mutande e maglietta, la notte la passerò al freddo.

Non che dormire sia una cosa facile in queste circostanze: a parte il freddo, contro il sonno combattono l’incertezza sulle scelte di domani, l’ambiente angusto e soprattutto uno strano rumore, come di impronte sul bagnato, che non capisco bene se venga da dentro o da fuori… non disturbo Mario – anche se dubito stia dormendo – magari è tutta una mia suggestione; topi non dovrebbero abitarci così in alto, gente sulle vie di arrampicata non ne avevamo vista… eppure qualcosa o qualcuno per me ci deve essere!

La mattina la sveglia che avevamo puntato prestissimo suona a vuoto: nessuno dei due ha intenzione di alzarsi. Dopo almeno un’ora faccio io la prima mossa, lascio entrare quel poco di luce e accendo il fornello con l’acqua per il caffè: lo Jalovec osserva beffardo la scena, già illuminato dai primi timidi raggi di sole. Sembra prenderci in giro: <<Ehi, non eravate voi quelli che volevano partire con le frontali? Quelli che vagheggiavano di diventare i primi a salire una via di arrampicata sulla mia parete est partendo dalla Val Romana?>>

Ma noi non lo ascoltiamo, e dopo colazione buttiamo negli zaini tutto il materiale da arrampicata, convinti ancora di riuscire almeno a provare la via Horn. Appena esco dal bivacco, a momenti prendo un colpo: un capriolo se ne sta lì impalato davanti alla porta, e aspetta pure un attimo prima di scappare via, bramendo come se fosse infastidito, e con una velocità tutto sommato limitata per via del terreno ripidissimo sui due fianchi della forcella. Ora si spiega il rumore che sentivo! Era lui che girava attorno al bivacco e forse ne leccava le pareti in cerca di salnitro. O almeno così dicono che facciano gli stambecchi.

L’imponente Jalovec visto dal Bivacco Tarvisio

Destinazione Jalovec

Quando ormai si è fatto giorno, rieccoci in cammino, piuttosto ingessati, sulla discesa fin da subito ripidissima lungo la Val Coritenza, in territorio sloveno. Il sentiero è segnato in maniera minimale, e non immaginavo perdesse così tanta quota; il terreno poi è sdrucciolevole, con molti tratti su ghiaione, che fatti in salita – magari stanchi dopo una via – non devono essere simpatici.

Quando finalmente raggiungiamo il bivio, avremo perso almeno 250 metri, e ancora di più ne dovremo risalire ora per raggiungere il Kotovo Sedlo, ampio valico ai piedi dello Jalovec. Superata una spettacolare cengia, ci ritroviamo nuovamente su una via ferrata; facile certo, ma pur sempre faticosa… io che pensavo di raggiungere l’attacco in un’ora! Dopo aver attraversato scenari sorprendenti con altri camosci sul chi va là, finalmente mettiamo piede sul Kotovo Sedlo, due ore comode dopo la partenza dal bivacco.

Ora ci rendiamo conto di quanto grande e complesso sia lo Jalovec! Già la via che dovremo fare in discesa – cioè la cresta ovest – dà l’idea di essere molto lunga e tutt’altro che facile; mentre la parete dove salgono le vie Horn e Comici inizia ben più in basso di noi, innalzandosi sopra un ghiaione enorme affacciato sulla val Planica. A metà della parete ecco la grande terrazza detritica di cui parlavano le relazioni; e dopo lo spigolo verticale della Comici, il profilo confuso del “Tetto dello Jalovec“, una sorta di catino in stile Catinaccio, l’ultimo posto in cui vorrei ritrovarmi a vagare con la nebbia.

Ora tutto – ma proprio tutto – sembra dirci di non salire! Le nuvole sempre più dense, l’ora già avanzata, la stanchezza, l’incognita della cresta ovest, il lungo rientro al bivacco e la faticosa ferrata per scendere al rifugio dove a cena ci aspettano… e saggiamente non saliremo, né per la Horn né tanto meno per la variante di Comici. Ci accontenteremo di andare in cima allo Jalovec, già di per sé meta di tutto rispetto.

La cresta ovest si rivela meno impegnativa di quanto sembrava suggerire la Guida dei Monti d’Italia: alla fine si tratta di una ferrata, certo in stile sloveno! Pioli in ferro ormai antichi, buoni sia per le mani sia per i piedi, piantati solo dove servono davvero; segnavia e ometti presenti senza esagerare, gente che sale e gente che già scende: ci sorprendiamo che una montagna così impervia sia tanto frequentata.

Purtroppo in cima il panorama ci è un po’ impedito da nubi basse, specialmente verso il Triglav; ma il sole filtra ugualmente e accende le rocce bianche, fa caldo a 2645 metri! Una curiosa scatoletta colorata attira la nostra attenzione: non contiene semplicemente libro di vetta, bensì un ricco campionario di suppellettili, penne, inchiostri… ci vuole un momento dopo che murato dentro la roccia sopra c’è il timbro con il nome della vetta e la quota.

Esposizione

Esposizione

La cresta dimenticata

Discesa dallo Jalovec: sullo sfondo la sud della Kotova Spitza

Siamo abbastanza veloci a salire e scendere, e ci ritroviamo al Kotovo Sedlo verso l’una. Di fronte a noi svetta un’altra montagna bellissima, la Kotova Spitza, e mi viene l’idea malsana di tornare al bivacco Tarvisio percorrendo la cresta di confine, che da quella cima conduce al Monte Termine dunque alla Veunza. Dalle essenziali descrizioni della guida CAI – GMI sembra che la traversata sia fattibile, anche se prettamente alpinistica.

Mario non è troppo convinto, ma la giornata è ancora lunga e il tempo sembra tenere; poi ci rode essere arrivati fin qui (e coi nostri zaini!) e andarcene senza arrampicare neanche un po’. Così partiamo verso la bella parete sud dove sale la normale alla Kotova Spitza (max III grado). Una evidente cengia ascendente a sinistra (I, esposto) ci permette di guadagnare uno spalto con grandi placconate (I, II), che ci conduce fino alla base dell’ultimo tratto di parete. Qui ci leghiamo.

Superiamo a sinistra uno spigolo (vecchio chiodo) dunque saliamo cercando la via più facile per una parete articolata con roccia a tratti pessima, in leggera ascesa a destra. Un cordone permette di proteggere una strozzatura di III grado. Raggiunta una crestina (varie soste) saliamo aggirando grandi massi fino a un breve camino (III), che ci conduce sulla cresta principale, dove ci sleghiamo.

Il caminetto finale

La cima vera e propria è una specie di “torta”, e bisogna girarci intorno per salire! Seguiamo la cresta verso nord, cercando di indovinare tracce ormai dimenticate… da una forcella con vecchi chiodi e cordini (forse per calarsi?) proseguiamo aggirando dei gendarmi sul lato sloveno. Ormai non ci sono più tracce, saliamo un po’ a caso dove il versante è meno ripido e la roccia meno brutta! Con qualche tratto per nulla banale sbuchiamo finalmente in cima al Monte Termine, dove un cippo squadrato con i nomi degli stati ci ridà il benvenuto in patria, e su una dimensione di nuovo umana.

La cresta che pensavo di fare, cioè la ovest, scende direttamente alla forcella del Bivacco Tarvisio, ma ha tutta l’aria di essere marcia, esposta e difficile; quindi la accantoniamo e puntiamo direttamente alla Forcella Veunza, dove arriva la parte finale della via della Vita; da qui dovrebbe salire la normale al Monte Termine. Peccato che stavolta il percorso non lo troviamo: seguiamo la cresta senza indovinare vie di fuga possibili dai due lati, finché non ci ritroviamo in un punto dove per scendere bisogna arrampicare, e qualche vecchio chiodo qua e là lo dimostra… ma vuoi che sia proprio questa la normale??

Ci tocca legarci di nuovo: Mario si calerebbe volentieri, a costo di lasciare qualcosa, ma io insisto per seguire la cresta, il tratto ripido sembra finire subito… ma alla fine ci toccheranno quattro brevi ma delicati tiri in discesa prima di mettere finalmente piede sulla forcella, almeno con tutti i cordini ancora all’imbrago!

Sulla caratteristica vetta della Kotova Spitza

Rivedere i bolli rossi e qualcosa di simile a un sentiero ci fa un certo piacere, dopo tante ore di improvvisazione. Il sentiero in verità è abbastanza “giuliano”, cioè esposto e non sempre attrezzato, quindi dobbiamo mantenere alta la concentrazione fino al bivacco, dove il mio zaino mi sta aspettando pazientemente. Dall’enorme parete del Piccolo Mangart giungono echi di richiami, qualcuno sta ancora scalando.

Già a letto!

Recuperate le nostre cose e sistemato un po’ il bivacco per i prossimi avventori, ci avviamo di nuovo sui nostri passi per rifare in discesa la ferrata tanto sofferta in salita. Un’alpinista probabilmente scesa dal Cozzolino ci supera slegata, veloce e leggera. La sua compagna arriverà poco più tardi… dopo tante ore assieme forse avevano bisogno di separarsi un po’! Il richiamo della cena fa scendere anche noi a passo veloce, e al Rifugio Zacchi arriveremo ormai col buio, stanchi e sudati come poche altre volte prima d’ora!

 

 

Racconto di Luca Castellani, Foto di Mario Brunelli – 24-25 agosto 2017

Le giornate fanno parte di Rifugi da Riscoprire 2017 al Rifugio Zacchi.

 

 

 

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