Si può ancora morire sulle Alpi per il brutto tempo in montagna?

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C’erano una volta le cime da scoprire, le vie da aprire, le montagne da esplorare, le ripetizioni da inseguire, le vette da sognare e le invernali da conquistare. Le previsioni erano le finestre di casa, l’attrezzatura era quella che era e così le avventure dei nostri piccoli grandi alpinisti ante terzo millennio si trasformavano spesso, quando andava bene, in grandi imprese al limite del possibile tra bufere, tempeste e incredibili ritirate. Quando andava male non si faceva ritorno e i nomi dei malcapitati protagonisti finivano nelle tragiche pagine di qualche libro e a sgualcirsi al sole in qualche valle dimenticata.

Gli anni sono passati. Ogni angoletto delle Alpi è tappezzato di vie di salita, di croci, lapidi, targhe e segni in ricordo di qualcuno. Ogni cima è conosciuta, descritta e raccontata. Il grande alpinismo di scoperta ha abbandonato da tempo questi lidi, ma le montagne continuano a chiamarci a sé con quella magnetica attrazione tanto inspiegabile quanto inevitabile. Gli alpinisti del terzo millennio non hanno però da tempo la fortuna di essere i primi a raggiungere la cima di qualche picco scosceso per lasciare i propri nomi impressi in qualche storia di eroica conquista, ma a loro modo continuano ad inseguire e vivere le loro personalissime grandi avventure tra i monti a pochi balzi da casa armati però di un’attrezzatura in continua evoluzione, previsioni ormai infallibili e la cosa forse più preziosa: i racconti, le storie e le esperienze di quelli che hanno passato le colonne e che non hanno fatto ritorno.

La persone però continuano a morire in montagna. Le notizie ci raggiungono quasi sempre come echi lontani; post sui social accompagnati dai peggiori commenti di aguzzini pronti a scatenarsi sulla carne ancora calda, o con brevi articoli con parole raffazzonate che riassumono fatti per lo più sconosciuti. Ci colpiscono con inaspettata potenza. Evocano ricordi di situazioni al limite, ritirate con il tempaccio, frammenti di attimi quando tutto poteva precipitare, ma  – per l’ennesima volta – ci è andata bene. Siamo travolti da una morbosa voglia di conoscere i fatti, ma tanto rapidamente come ci avevano preso, passiamo oltre. Non ci piacciono le brutte notizie e così le scacciamo velocemente al suon di ‘a noi non potrà mai capitare‘, ‘non doveva succedere…‘, ‘ma se…‘. Quando ci toccano più da vicino, ci fermiamo invece pensierosi per i passi necessari a dimenticare, ma poi veniamo inevitabilmente richiamati verso quell’incomprensibile desiderio di salire, un vortice fatto di quel naturale bisogno di andare avanti, misto alla straordinaria forza che ci fa sentire vivi solo quando guardiamo il mondo all’ingiù.

Come reagire allora alle tristi notizie di questo primo maggio? Qualcuno è sempre pronto a gridare alla montagna assassina, a puntare il dito, a cercare un colpevole, o semplicemente a trovare un motivo, un cieco perchè, per qualcosa di inspiegabile quanto incredibile: morire sulle Alpi per il brutto tempo. Sarebbe però forse meglio solo fermarsi, fare tesoro per l’ennesima volta di quanto successo ed imparare DAVVERO per fare in modo che non succeda più, perchè morire facendo quello che ci piace (agonizzare al freddo non è comunque per nulla piacevole) è la più falsa e triste consolazione, quando potremmo continuare a vivere inseguendo i nostri piaceri tra i monti evadendo silenziosamente dalle ragnatele del quotidiano la volta successiva.

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