Passaggio a NE: Rifugio Zacchi, alla scoperta delle Alpi Giulie

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Rifugio-Zacchi

Ho sempre voluto andare sulle Alpi Giulie. Cime ‘lontane’, distanti dalle solite mete e troppo spesso liquidate con un ”belle, ma…”. Come di un po’ tutte le montagne conoscevo solo i nomi di qualche cima, qualche storia letta sui libri e ormai quasi interamente dimenticata e alcune salite dai nomi celebri e dalle difficoltà importanti.

Mi piace conoscere le cose solo inciampandoci sopra, incontrare le montagne guardandole dal basso e vivere i luoghi camminandone i sentieri o arrampicandone le ripide pareti di roccia.

E così sono in viaggio sulla lunga linea d’asfalto che punta ad Est con le idee non troppo chiare sulla meta ma con la voglia di compiere il mio personalissimo passaggio a Nord-Est. Di fianco a me non i soliti compagni ma Eleonora, assoldata per muoversi sulle selvagge ferrate del Mangart.

In realtà per la nostra piccola spedizione abbiamo organizzato un vero e proprio assalto alla cima e mentre io spero di non incrociare troppe auto cariche di gommoni dirette in qualche lido, Mario e Luca si stanno già scontrando con la severità del terreno. La loro meta lo Jalovec, il piano quello di salire uno spigolo di quella selvaggia montagna.

Chissà dove saranno, lungo qualche cresta o più probabilmente in discesa all’ombra del Piccolo Mangart di Coritenza tra i pioli della cosiddetta Via della Vita! Un tempo questo percorso era stato ribattezzato Via della Morte probabilmente rievocando episodi sinistri, oggi è uno dei percorsi più interessanti della zona.

->  Via della vita, impegnativa ferrata fra i giganti delle Alpi Giulie <-

I caselli scorrono veloci mentre cerco di illustrare le bontà gastronomiche della zona. Ho ancora i ricordi del meraviglioso frico (un piatto a base di formaggi) mangiato in Carnia qualche tempo fa. L’ora di cena che avanza contribuisce ad aumentare l’acquolina ma abbiamo ancora tanta strada da fare prima di raggiungere la nostra meta: il Rifugio Zacchi.

Il lago superiore di Fusine

Il lago superiore di Fusine

Con le ultime luci ci lasciamo alle spalle la pianura. Le montagne ci circondano, a destra le Alpi Giulie: il Monte Canin, lo Jôf di Montasio, lo Jôf Fuart e il Mangart; dall’altro lato le più estese e per me altrettanto sconosciute Carniche. A Tarvisio lasciamo l’autostrada, e ormai avvolti dal buio raggiungiamo i laghi di Fusine. Le pozze sono splendide ma la fame ci fa rimandare il più classico dei giri del lago al ritorno.

Alle luce delle frontali ci prepariamo e partiamo con la speranza che allo Zacchi non ci lasceranno con la pancia vuota. La salita scorre veloce, il percorso è un comodo sentiero senza difficoltà, e in un oretta raggiungiamo il piccolo rifugio. Sullo sfondo le ombre scure delle montagne.

Appena entriamo ci sentiamo fissati da centinaia di occhi di gufo: gufi di legno, di pietra, di stoffa, disegnati… di tutti i colori, tutti con lo stesso sguardo penetrante. Vicino ai gufi, foto di grandi montagne e volti dai lineamenti asiatici fanno trapelare profumo di Himalaya; e di fianco alle fotografie, le finestre incorniciano il verde scuro dei boschi e altissime pareti bianche che vedono il sole pochi minuti al giorno. Ma ben presto veniamo accolti da Gianni e Rosa che ci fanno sentire subito a nostro agio e cosa più importante ci sfamano a dovere!

E tra i tavoli ritroviamo i nostri amici che hanno le facce tirate, stile grandi alpinisti di ritorno da eterne salite…   e ci allietano la cena con il racconto della loro lunga giornata tra le selvagge cime a cavallo tra Italia e Slovenia (Missione Jalovec: seguendo creste dimenticate fra Italia e Sloveniama appena l’ultima fetta di torta lascia il tavolo, ci ritiriamo tutti nei nostri letti, stanchi ma pronti per una nuova avventura. Io e Eleonora abbiamo le idee chiare, saliremo il Mangart! che per ora abbiamo solo intravisto come una gigantesca ombra indistinta nella notte. Luca e Mario hanno solo voglia di riposare ma le belle forme delle Ponze li convinceranno a rinfilare gli zaini e raggiungere una nuova cima.

-> Il Mangart dal Rifugio Zacchi per la Ferrata Italiana <-

-> Ponza Grande, una comoda ferrata sopra il rifugio Zacchi <-

Al rifugio Zacchi si incontrano mondi diversi che trovano un’armonia: escursionisti italiani sloveni e austriaci; persone salite per pranzare e godersi il sole dopo una passeggiata tranquilla, altre che hanno lasciato gli zaini pesantissimi nel sotto-scala e analizzano col binocolo l’impressionante diedro Cozzolino, per la quale partiranno l’indomani di buon’ora. A tutti il nutrito staff del rifugio dedica attenzione, dispensa consigli e sorrisi: l’atmosfera è allegra, gioviale, e tra gli avventori molti parlano in confidenza con Gianni e Rosa: come fossero amici rivisti dopo tanto tempo, oppure gestori del bar dove si recano ogni mattina in città per il caffè; ma qui il bar è a 1300 metri, a un’ora e mezza a piedi dall’asfalto! Questa piccola valle che sembra chiusa tra pareti insormontabili, in un angolino remoto della mappa politica dell’Italia, è in realtà un luogo più aperto e stimolante di quanto si possa immaginare.

E’ domenica, ci siamo svegliati con calma. Alle spalle la lunga e spettacolare salita al Mangart. Luca e Mario sono già rientrati. Eleonora si gode il sole. Io scatto qualche fotografia.

Abbiamo raggiunto questo piccolo angolino, il rifugio più a Est d’Italia, di corsa ma ora voglio fermarmi per vivere il rifugio, per vivere la montagna.

Il Piccol Mangart di Coritenza con la linea del Diedro Cozzolino

Il Piccolo Mangart di Coritenza con la linea del Diedro Cozzolino

Occupiamo un tavolino e inizio a sfogliare le guide della zona. L’occhio passa dalle pieghe delle pagine a quelle della roccia. Ho voglia di arrampicare lassù, su per quel diedro praticamente perfetto. Passo dalla GMI del solito Buscaini a una meravigliosa piccola guida (Mangart – Le pareti sopra i laghi di Fusine, Podgornik ), poche pagine, parole precise ed essenziali. La guida è in due lingue, e trasmette, solo sfogliandola, il sapore del grande alpinismo che senza tanti fronzoli sale grandi montagne e regala emozioni. Ogni tanto alzo lo sguardo – i tavolini sono ormai pieni, e il viavai di piatti e birre è incessante – e passo dalla voglia di arrampicare a quella di mettere qualcosa nello stomaco. Eleonora è d’accordo e ci godiamo il sapore del frico sotto un bel sole con tutta la calma del mondo.

Non abbiamo fretta. Ci sono i momenti per correre, per salire senza pensare troppo e scendere rapidamente ma ci sono anche i momenti per fermarsi ad osservare. Ora è uno di quelli e tra due ragazzini che giocano con il tablet, un gruppetto che brinda per la cima raggiunta, un ciclista appena arrivato a cavallo della sua bicicletta, il mio sguardo torna magnetico a quelle montagne, a quelle pareti tanto distanti da questa atmosfera ma tanto vicine ai miei desideri.

Tornerò certamente allo Zacchi. Probabilmente ad arrampicare, forse d’inverno. Hanno uno strano fascino queste cime nella stagione fredda. Ne sa qualcosa il grande Renato Casarotto che nella sua solitaria invernale del Diedro Cozzolino compì una delle più grandi pagine della storia dell’alpinismo. Il rifugio è aperto tutto l’anno e qualche salita abbordabile l’ho già addocchiata, quindi mentre carico lo zaino so già che questo sarà solo un arrivederci!

RELAZIONI E RACCONTI DAL RIFUGIO ZACCHI

Il Rifugio Zacchi rientra nella rassegna #Rifugidariscoprire 2017.

 

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